IN MEMORIA DI CICUTA ROSITA

Alle ore 13 dell’11 marzo 1944 Rosita esce di casa, sci in spalle, per recarsi a sciare sulle pendici del Cucco.
Rosita è una ragazza emancipata e appassionata di sport.
Si reca spesso a sciare terminato il lavoro, ed i pesanti attrezzi di legno sembrano non gravare nella salita, al pensiero di qualche ora di spensieratezza.
Rosita cova il ricordo della sua amica Bianca, uccisa con un colpo alla nuca esattamente un mese prima sulla scrivania di casa, mentre scriveva l’ultima lettera d’addio alla madre.
Ma quel pomeriggio vuole per qualche ora dimenticare le angosce della guerra, sentirsi ancora giovane e spensierata, perdersi nei più normali pensieri di una ragazza ventenne.
Ma ecco che all’ingresso di Sant’Eurosia l’attende un giovane in abiti civili.
Lui le mostra una grossa pistola celata sotto il soprabito, ma Rosita non ha bisogno di presentazioni, e si avvia docilmente in sua compagnia in direzione della montagna.
Si fermano per un attimo da un contadino per depositare gli sci, promettendo di ripassare più tardi, e proseguono affiancati sul viottolo sterrato che da secoli conduce al Santuario di Oropa.
Chissà cosa avrà pensato Rosita, se avrà pianto, implorato il suo rapitore.
Oppure avrà progredito in silenzio pensando ad un possibile interrogatorio, alle giustificazioni da addurre, alle testimonianze da indicare.
Ma non ce ne fu il tempo.
Vincenzo Biscotti, il partigiano dai mille delitti, il fegatoso ed insensibile bandito di Pralungo, non le diede il tempo.
La cappella Sulera emergeva appena, come oggi, dalla bruma invernale.
Biscotti si girò all’improvviso e le sparò freddamente alla tempia destra.
La ragazza scivolò inanimata senza un gemito tra le foglie e le selci di quel viottolo di montagna.
“Tiene nella mano sinistra un fazzoletto ed un paio di occhiali da sole, a terra, dove appoggia la testa, una grossa chiazza di sangue rappreso”.
Proprio come oggi, proprio come allora.

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