La morte del comandante partigiano Nedo

Oggi sono andato a Pratetto, sulle pendici del Monte Casto.
A cercare il luogo dove, intorno al 24 febbraio 1944, morì il comandante della 2°brigata Garibaldi, il partigiano Piero Pajetta (Nedo).
Voglio parlare nei prossimi giorni del personaggio e di questa morte dagli aspetti misteriosi.
Già oggi, nell’osservare il luogo, mi è difficile comprendere come abbia potuto verificarsi lo scontro a fuoco e come in quel luogo il corpo possa non essere stato scoperto per più di un mese.
L’attuale strada gli corre accanto, ed anche il vecchio tracciato si discostava di pochi metri più in basso.
Il luogo è un gigantesco roccione, chiamato Roc della Marenda, la vegetazione, anche a quel tempo, non poteva essere molta, ed anche l’improvvisa nevicata difficilmente avrebbe potuto nasconderlo alla vista dei passanti.

 

In data 3 aprile 1944 il Gruppo presidi della Guardia Nazionale Repubblicana di Biella scriveva alla Prefettura di Vercelli :
“1° corrente, in regione Rocaia della Marenda del Monte Casto, Comune di Andorno Micca, rinvenuto cadavere di uno sconosciuto, privo di documenti, età apparente 40 anni,mutilato al braccio destro al terzo medio e munito apparecchio ortopedico, che secondo voci identificherebbesi nel noto capo comunista soprannominato Nedo non meglio identificato.Morte risale ad oltre un mese per colpo di arma da fuoco alla testa.”

Mentre il 12 aprile 1944 il “Lavoro Biellese” titolava :

Il famigerato “Nedo”, capobanda comunista, giustiziato ad Andorno Micca dai suoi stessi compagni.

Ad Andorno Micca è stato rinvenuto il cadavere di un individuo mutilato del braccio destro, con apparecchio ortopedico, sprovvisto di indumenti e di documenti, ucciso con un colpo di pistola alla nuca. Da alcune persone è stato riconosciuto per il capo comunista denominato “Nedo”, non meglio identificato.

Piero Pajetta (Nedo) era nato nel 1914 a Taino in provincia di Varese. Partecipa alla guerra di Spagna nelle file repubblicane e lì conosce Anello Poma (Italo), suo futuro vicecomandante partigiano. In terra iberica viene ferito e perde la mano e l’intero avambraccio destro, ma questo non arresta il suo fervore politico e lo troviamo nella Francia occupata ad organizzare i franchi tiratori partigiani, una sorta di gappisti clandestini ante litteram. Rientra in Italia dopo l’8 settembre e viene inviato dal Partito Comunista a comandare la 2° Brigata Garibaldi costituitasi nel biellese. Il distaccamento “Piave” della brigata opera il 17 di febbraio 1944 una serie di prelevamenti di civili nella zona di Cossato, al fine di reprimere ogni connivenza della popolazione con le forze armate della Repubblica Sociale Italiana.  Ma l’azione non ha successo, vengono uccisi i tre principali comandanti partigiani e i prelevati, 12 civili tra cui 5 donne, vengono immotivatamente e immediatamente passati per le armi. La reazione fascista è immediata. Viene scatenato un possente rastrellamento a tenaglia verso le formazioni partigiane attestate sulle alture sovrastanti la Valle di Mosso. I partigiani vengono sbaragliati e dispersi, molti catturati o uccisi, alcuni comandanti addirittura passati al nemico. Non resta che ritirarsi nella vicina Valsesia, dove le formazioni di Moscatelli godono in quel momento di una relativa tranquillità, ma anche là verranno inseguiti e decimati nell’abitato di Rassa. Piero Pajetta decide allora di rimanere in terra biellese. A lui spetta il compito di riorganizzare i reparti, di gestirne i collegamenti. Decide quindi di ritornare sui suoi passi. Il giorno 24 febbraio 1944 Nedo ritorna al Bocchetto Sessera. L’albergo è stato incendiato il giorno 20 dai tedeschi che poi si sono ritirati. Con un piccolo gruppo di compagni scende fino a Pratetto dove, saluta la scorta e si avvia da solo verso la sua abitazione a San Giuseppe di Casto ad Andorno.

Da quel momento nessuno più lo vide.

A questo punto molte sono le narrazioni e le congetture sull’accaduto. Ho deciso di riportare le diverse fonti partigiane che si sono occupate dell’argomento, trascurando volutamente i racconti basati su pura fantasia.

Il primo stringato resoconto è di Edgardo Sogno, come Nedo medaglia d’oro della resistenza, partigiano di ispirazione monarchico-liberale e per molti versi inviso alle formazioni comuniste.

Nei giorni del rastrellamento del febbraio 44 si trova presente presso i comandi garibaldini della zona, ufficialmente per contatti col CLN torinese, ma nella realtà in stato di fermo per sospetti sulla sua attività.

“Nel congedarmi da Pietro Pajetta (Nedo) la domenica 20 febbraio, dopo il grande rastrellamento tedesco, gli diedi appuntamento per il giovedì 24 successivo alla stazione di Andorno dove avrei portato con me il rappresentante comunista Giambone e, possibilmente, anche Braccini per stabilire il contatto col comitato di Torino. Ma il 24 lo aspettammo inutilmente. Nedo era partito alla mattina per essere all’appuntamento alle 10, fu accompagnato dalla scorta fino alla Sella di Pratetto, sopra Camandona, oltre alla quale proseguì da solo. Poco dopo cadeva in uno scontro con una pattuglia fascista su quel sentiero lungo il monte Casto…….. Il corpo rimase abbandonato nella neve che cadde quella notte e fu recuperato solo a marzo nel luogo ove giaceva con l’arma scarica accanto.”

A questo incontro andato a vuoto sopravvisse solo Edgardo Sogno.

Oltre al comandante Nedo,  il comunista Eusebio Giambone e Paolo Braccini furono arrestati in seguito a delazione il 31 marzo 1944 e fucilati a Torino il 5 aprile successivo.

La seconda memoria è quella dell’algido vice comandante Anello Poma (Italo), che pur aveva conosciuto Nedo in terra di Spagna. Nel suo libro “La resistenza nel biellese”, Poma fornisce un racconto del tutto simile a quello di Sogno. Aggiunge inoltre : “Non si era allontanato di molto quando si scontrò probabilmente con una pattuglia fascista salita da Tavigliano. Ne seguì uno scontro nel quale Nedo, mal difeso dalla sola pistola, trovò la morte. Il corpo rimase abbandonato nella neve che cadde quella notte e fu recuperato solo a marzo dal luogo dove giaceva con l’arma scarica accanto. La sua scomparsa, resa misteriosa da un susseguirsi di notizie incerte e contraddittorie, contribuì a deprimere il morale dei partigiani”.

In una seconda versione successiva, Anello Poma omette i particolari dell’agguato, al quale non aveva certo potuto assistere, giustificandosi per essere partito il giorno prima in direzione della Valsesia. E aggiunge : “…..in quanto hanno poca importanza le congetture che feci nei giorni seguenti con Battista Santhià, con la moglie di Nedo, Bianca, rinchiusa nella sua muta speranza e attesa di avere notizie che non giunsero più”.

 

 

Luigi Moranino (Pic), cugino del famigerato Francesco Moranino (Gemisto),  fornisce invece una nuova interessante informazione. Piero Pajetta doveva incontrare quel giorno, a San Giuseppe di Casto, Battista Santhià (Antonio), esponente del Partito Comunista e membro della Delegazione delle Brigate Garibaldi, organo di comando e coordinamento delle formazioni partigiane.

Anche Luigi Moranino attribuisce la morte ad un non meglio precisato “rastrellamento di un reparto fascista”, ma anche lui si trovava altrove in missione verso la Valsesia.

Ma la testimonianza più interessante per la nostra vicenda è quella di William Valsesia (Bibi).

Nel suo libro “Un antifascista europeo” edito nel 2011, Valsesia incentra il suo racconto sulla figura dell’odiato e dileggiato Edgardo Sogno (Franchi). Il resoconto dei fatti di quel tardo febbraio 1944, inizia appunto con la comparsa inaspettata del Sogno tra i membri della brigata. Si scopre che Franchi stava trattando la liberazione di uno dei componenti della sua formazione, il radiotelegrafista Luigi Bovati, paracadutato con lui nel biellese e fermato dai partigiani comunisti che lo sospettavano di spionaggio. Non solo il Bovati era agli arresti, ma anche i due genitori del Sogno erano stati fermati, sotto ordine di Piero Pajetta, per assicurarsi la collaborazione del figlio. Fatto sta che Edgardo giunge al reparto proprio nell’immediatezza del rastrellamento, fornisce informazioni vaghe sulla consistenza delle truppe attaccanti,  promette collaborazione ed aiuto ai partigiani garibaldini, e, forse per intercessione dei suoi contatti col CLN nazionale, alcune ore dopo stringe fraternamente la mano di Piero Pajetta, saluta cordialmente i partigiani garibaldini e tranquillamente si dirige verso valle,  nuovamente in libertà.

Valsesia, che faceva parte della scorta personale di Pajetta, si pone quindi velate domande sul personaggio, sul suo ruolo e sulla sincerità dei suoi atteggiamenti e delle sue promesse. Si dilunga in riferimenti sull’attività passata del Sogno e sui suoi effettivi meriti partigiani, ma soprattutto pone un pesante interrogativo sulla fine di Nedo.

“Avevo salutato Nedo con un : Arrivederci in Valsesia.  Non lo avrei più rivisto……. Qualcuno lo uccise ………Ancora oggi la causa della morte di Nedo rimane un mistero…………L’incontro con Giambone, Braccini e Sogno rimase un mistero nel mistero. Eusebio Giambone, il generale Perotti e Paolo Braccini furono arrestati il 31 marzo 1944 e fucilati.”

Ora entriamo nel campo delle considerazioni personali.

Il luogo dell’agguato in primis, un roccione privo di vegetazione, a pochi passi dalla strada.  Sembra improbabile che in un conflitto a fuoco Pajetta abbia potuto nascondersi ferito in quel luogo ed il cadavere non essere visto per circa un mese.

La scorta lo aveva abbandonato da poco ad una distanza di 400/500 metri al massimo, impossibile che non si siano avvertiti gli spari di un conflitto a fuoco con una formazione militare.

Il reparto poi che avrebbe dovuto compiere il rastrellamento, alternativamente identificato in fascisti o tedeschi, non risulta presente in quella giornata da alcuna informazione ufficiale, mentre dei giorni precedenti si ha una precisa cronologia dei fatti e degli spostamenti.

Edgardo Sogno conosceva quei luoghi a menadito ed alcuni giorni prima aveva, per sua stessa ammissione,  incendiato quei boschi nel corso di un’inspiegabile azione di sabotaggio.

Sicuramente il Sogno aveva motivi politici e personali per osteggiare le formazioni comuniste ed in particolare il comandante Pajetta, e non è trascurabile il rapporto che coltivava con il servizio di informazione inglese Special Operations Executive o SOE (l’Esecutivo Operazioni Speciali) e col governo Badoglio.

Certo chi avesse avuto intenzione di sostituirsi al movimento partigiano comunista, non poteva scegliere momento migliore. Con le formazioni garibaldine sbaragliate dal devastante rastrellamento fascista, eliminare il loro comandante avrebbe avuto un sicuro effetto destabilizzante.

Ma rientriamo nel campo delle congetture.

I comandanti comunisti nutrirono certamente, fin da subito, dubbi e sospetti sulla fine del loro comandante. La situazione contingente e ragioni di avvenuta opportunità politica consigliarono loro di soprassedere e di provvedere alla riorganizzazione ed alla sopravvivenza dei reparti. Lo scopo era d’altronde la conquista del potere a guerra finita……..e su quello dovevano concentrarsi.

Si decise quindi di sostenere univocamente la versione dello scontro a fuoco coi fascisti.

Ho parlato in precedenza di acclarati casi di sopraffazione delle formazioni partigiane comuniste nei confronti delle formazioni cattoliche, liberali e socialiste. Questo potrebbe essere un caso inverso,  ma a distanza di 72 anni rimane purtroppo un caso di omicidio insoluto…………che tristemente coinvolge due medaglie d’oro della resistenza.

 

 

 

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