IN MORTE DEL FASCISTA VIRGILIO PIVANO DI SORDEVOLO

La giornata è tersa, ventosa, l’atmosfera rarefatta e la vista è infinita dai monti verso la pianura.
Come si sarà fatto a morire così, in un luogo tanto magico e splendente, di fronte ad una natura dai colori incantati, a fianco di un ruscello di acqua limpida e gorgheggiante, al cospetto di questa pace infinita che sembra sovrastare le lotte e le miserie umane d’ogni tempo.
Forse Virgilio era rinchiuso in quella casera centrale, in quel ricovero dal basso soffitto ricavato su un lato della costruzione.
Gli altri edifici erano popolati di combattenti del distaccamento partigiano, il risveglio quella mattina era lento, rientravano i turni di guardia, la corvè cominciava a funzionare, chi si lavava alla pila, chi inzuppava una pagnotta in una scodella di latte.
Virgilio era già sveglio quando la porta si spalancò.
Vide i tre partigiani armati che gli intimavano di uscire.
La ferita ancora gli doleva, ma in quell’alba era la consapevolezza che lo faceva tremare fortemente, in modo inarrestabile, al di là della sua stessa volontà.
Non oppose resistenza, non supplicò, si avviò docilmente nel prato in leggera discesa guardandosi intorno smarrito.
Dalla baita del comando neppure erano usciti sull’uscio coloro che avevano deciso la sua tragica fine.
Tutti continuavano le loro vite nell’indifferenza, tanto la sua morte era un atto ormai divenuto usuale nei cuori di quegli uomini.
Si fermò, guardando la pianura, respirando per l’ultima volta avidamente quell’aria divenuta all’improvviso così amata.
Attese quel colpo alla nuca non più odiando ……… e quel cielo per sempre si fissò nel suo sguardo.
Alpe Gnum, 14 ottobre 1944, in morte del fascista Virgilio Pivano di Sordevolo.

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